I cori contro Balotelli dallo stadio dei girondini di Bordeaux.
Coro: “Un negro non può essere italiano”. Un coro di gente malvagia e razzista. Altro che!
Nei giorni scorsi abbiamo assistito al dibattito sui cori, della stessa risma, sempre all’indirizzo del giocatore dell’Inter, in occasione di Juventus-Udinese. Il quale, Balotelli, sarà pure un giovanotto dai comportamenti e dalla dialettica tutt’altro che irreprensibili, ma crediamo non vada sbeffeggiato per il colore della pelle.
Per questo va difeso e vanno difesi tutti quelli che come lui sono oggetto di simili becere manifestazioni d’intolleranza.
In alcuni salotti televisivi, per esempio, abbiamo ascoltato la signora Santachè (che di salotti e terrazze se ne intende) sostenere che i cori di Torino “non erano razzisti” ma andavano ricondotti alla “maleducazione della gente, dei tifosi”.
Io ho un altro parere.
In molti anni di frequentazione degli stadi, da cronista e non da tifoso con il microfono (ci tengo a dirlo) posso testimoniare che il tono delle urla e quello di gente non diversa (per struttura culturale) da quella che si esprime, seppure più sommessamente, al bancone dei bar. Lo si coglie, per esempio, quando si parla di rom, di nordafricani, di rumeni, di cingalesi, di filippini, di cinesi,di giapponesi e(ovviamente) di persone di religione ebraica. Si tratta, ineludibilmente, di una cultura di stampo razzista.
Perciò è abbastanza chiaro con chi abbiamo a che fare.
L’odiosità degli aggettivi utilizzati è un retaggio dal quale sembra impossibile staccarsi. Abbiamo tragici esempi e dolorosi precedenti, quando il sostenere le teorie della razza superiore è divenuto, nel secolo breve appena conclusosi, prassi consolidata, tanto da diventare leggi dello Stato, con tanto di firma regia e bollo del Terzo Reich.
Gridare “Raus Juden” e scrivere, “Questo è un negozio ariano” era perfettamente legale.
La domanda è sempre la stessa: “che fare?”.
Sappiamo che non bastano le restrizioni, le multe, i daspo, l’obbligo di firma, le denunce e gli arresti, la tessera del tifoso, il biglietto nominale.
Ci viene un suggerimento: perché le società di calcio, spesso vittime, non reagiscono, semplicemente, cessando la vendita di blocchi di abbonamenti a gruppi organizzati anche per settori adesso riservati agli ultras?
Vedo già sorridere gli sgamatissimi dirigenti. Quelli che tutto sanno. I millantatori dell’oculata gestione calcistica: se condotte allo stesso modo le loro aziende, chiuderebbero dopo trenta secondi.
“Ma non si può”, direbbero. E’ una questione di ordine pubblico, farebbero notare, “provocherebbero incidenti”, ammonirebbero. Già, le forze dell’ordine servono solo a controllare le manifestazioni dei disoccupati.
Le grida razziste non sono più legali e quindi chi le emette viola una norma. Certo è che nell’extraterritorialità delle curve tutto è consentito, tutto è impunito.
Ma chi detiene il borderò di sala? Le società, è ovvio. Pertanto l’assegnazione dei posti (in certi settori dello stadio)non dovrebbe tener conto di prelazioni, diventate ereditarie e tramandate da padre in figlio. Da banda a banda, per meglio dire. Bisognerebbe riaffidarle al libero mercato. Svuotare le curve non significherebbe chiuderle e giocare a porte chiuse. Al contrario. Si possono aprire alle famiglie. Un’occasione per rendere più vivibili e moderni gli stadi. In Inghilterra le curve, come le intendiamo da noi, sono praticamente sparite.
I tifosi si arrabbieranno? Facciano pure. Liberissimi. Ma per rivendicare che cosa? Il posto “fisso” allo stadio? Non scherziamo. L’unico posto fisso per cui è legittimo lottare è quello di lavoro. Sarebbe interessante verificare, dopo due o tre giornate senza calcio, l'insorgere della maggioranza degli appassionati (molti milioni) chiedendo, a propria volta, che venga restituito il maltolto.
Bisogna dotarsi di coraggio. Si dirà: “per una minoranza idiota non è giusto che paghino tutti”. Ma che vuol dire? Quegli individui sono ben noti a chi può (se vuole) intervenire. Basta volerlo, appunto. Gli altri, i normali cittadini, hanno il diritto di vedersi in pace la partita. Sostenendo, magari arrabbiandosi, la propria squadra. Senza gridare, impunemente, “dagli al negro bastardo”.
Alla fine vi racconto un sogno. Si gioca Juventus-Inter, a Torino. La partita è in corso. Si alza il grido razzista. Del Piero afferra la palla con le mani e corre verso il settore degli idioti e grida “basta!”. Non mi voglio svegliare. Continuo a vivere in una società civile.
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